CASTELSEPRIO


LA STORIA Castelseprio sorse agli inizi del IV sec. d.C., a seguito delle invasione delle popolazioni barbariche (nel III secolo queste ultime avevano incominciato a varcare pesantemente i confini centro europei dell'Impero romano tanto che, nel 269, gli Alamanni erano giunti fino a Milano) come luogo militare posto lungo la via Como-Novaria a difesa dei confini (Iimes) al di qua delle Alpi. A questo periodo risalgono le tre torri ancora visibili, a livello delle fondamenta, sul pianoro del castrum. Durante il regno dell'ostrogoto Teodorico furono costruite le mura difensive, che rinchiusero tutto il pianalto e si allungarono verso il fondo valle, costituendo il baluardo detto oggi Torba, e inoltre la casa-torre, la basilica di S. Giovanni Evangelista e il Battistero di S. Giovanni Battista. In epoca longobarda (VI-VIII sec. d.C.), il castrum divenne il centro di un territorio molto vasto. A questo periodo risalgono alcuni ampliamenti della chiesa di S. Giovanni e molte case di abitazione nel castrum. Alla caduta del regno longobardo, alla fine dell'VIII sec., passò sotto la dominazione dei Franchi di Carlo Magno diventando centro della Contea del Seprio, costituitasi proprio in età carolingia. La storia dell'antico insediamento, quindi, so svolge dal mondo tardo-antico alla fina dell'età comunale (XIII secolo) passando attraverso la dominazione dei Goti e le guerre goto-bizantine, il dominio longobardo (VI-VIII secolo) e l'età carolingi (fine VIII secolo…). La fortificazione venne distrutta dopo anni di tentativi nella notte del 28 marzo 1287, qualche giorno dopo la Fiera dell'Annunziata, a conclusione della lotta per la conquista della Signoria di Milano tra le famiglie Della Torre (sconfitta) e la famiglia Visconti (vincente): vennero rasi al suolo gli edifici militari e civili. L'arcivescovo Ottone Visconti decretò che mai più si ricostruisse e si abitasse nell'antica roccaforte. Il divieto, che sotto forma di giuramento veniva pronunciato dal capitano e poi dal vicario del Seprio fino al 1786, quando fu soppresso dall'Imperatore austriaco Giuseppe II, fu ampiamente rispettato. Dalla distruzione vennero risparmiate solo le chiese con i loro edifici di servizio (case canonicali, ecc...) i cui resti sono visibili all'interno dell'attuale zona archeologica. Dopo di allora il luogo non fu più abitato se non dai religiosi. Fu abbandonato anche da questi ultimi alla fine del '500.

 

LA PREISTORIA A favore di una frequentazione preistorica del luogo divenuto poi vicus Severum stanno alcuni resti ceramici, provenienti sia dal pianoro del castrum, sia dalle vicinanze di Santa Maria foris portas (dove furono trovate tracce di una necropoli della prima Età del Ferro), attribuibili all’età gallo-insubre e alla prima età del bronzo se non allo stesso tardo neolitico. La posizione particolare del colle su cui sorse il castrum castelsepriese – posto sul bordo occidentale della valle Olona e di fronte ad un sito conosciuto come Sgarlasc che dovette essere oggetto d’interessi insediativi già forse dalla pre o protostoria - è probabile lo rendesse un punto di riferimento importante: non è da escludere che il pianoro, abbondantemente protetto dalla natura stessa, sia stato, per la popolazione dei dintorni, un luogo dove radunarsi in caso di pericolo, o per effettuare scambi, feste sacrali ed altre occasioni di convivio. La mancanza di copiose tracce preistoriche potrebbe dipendere dall’opera dell’uomo che, operando negli ottocento anni di vita del castrum e anche dopo, ne avrebbe alterato la situazione stratigrafica.

 

IL PERIODO ROMANO Anche se non vi sono prove certe, è possibile pensare che Sibrium, in epoca antecedente il III secolo, fosse sede, sia pure saltuaria, di qualche guarnigione militare, stabilitasi poco lontano da un probabile modesto aggregato di capanne. Nella prima metà del III secolo l’Impero Romano dava i primi segni di instabilità: da un lato i barbari esercitavano sempre maggiori pressioni alle frontiere e dall’altro, le rivolte militari, il malgoverno imperiale e le ambizioni personali ne minavano la struttura dall’interno. Con Aureliano ed i suoi immediati successori, lo statu quo militare venne ristabilito almeno nella Valle Padana. La prima necessità del comando imperiale fu allora quella di sbarrare la via per Roma e, quindi, gli accessi in Italia, ai barbari e ad eventuali eserciti ribelli: ai piedi delle Alpi vennero create le cosiddette Clausurae Augustanae (un sistema di fortificazioni aventi la funzione di proteggere i confini settentrionali d’Italia) e per tutta la pianura, lungo una fitta rete di strade militari atte a permettere i più tempestivi spostamenti di forze, furono fatti sorgere praesidia, turres speculatoriae, stationes.
E’ proprio nell’ottica della vasta opera difensiva adottata prima da Aureliano e poi da Dioclezioano (III secolo d.C.) che potrebbe aver avuto origine a Castelseprio, accanto ud un più antico vicus, un Castellum di tipo permanente, designato verosimilmente con il nome Sèverum sorto qui a causa della sua posizione geografica e strategica: eretto su il pianoro di uno sperone tufaceo, scosceso per tre lati ed unito solo dal quarto al retrostante ciglio occidentale della valle del fiume Olona, esso dominava, il corso del fiume, e, da lontano, le ultime propaggini delle prealpi varesine. Questo primocastrum romano poteva consistere in una fortificazione leggera costituita da un ampio spazio cintato con una semplice palizzata, da cui si poteva dominare il declivio, sistematicamente tenuto spoglio dalla vegetazione.
E’ inoltre possibile sospettare che le difese in corrispondenza del punto di saldamento del pianoro al retrostante ciglio fossero affidate ad un robusto vallum (fossa e terrapieno) mentre gli alloggi per la truppa qui stanziata e i magazzini, costituiti da baracche in legno, occupavano tutto il territorio disponibile. Il castrum Sèverum doveva essere in rapporto con Milano, sede della corte augustea sotto Diocleziano (284-305) grazie ad un sistema di comunicazione visivo.
Nelle notti e nelle giornate limpide le segnalazioni, a fumo o a fuoco, fatte da Sèverum avrebbero potuto essere direttamente visibili da Mediolanum (Milano), e viceversa. A sua volta, Sèverum si trovava in continuo analogo contatto con la circostante rete di opere speculatoriae (ad esempio la torre di Rodero) verso nord. In questo modo Sèverum, o Sibrium, dovette diventare nel III, IV secolo il centro dello sbarramento a nord e nord-ovest di Mediolanum in quanto era situato al punto di incrocio della via verso il Ceneri con l’itinerario che andava da Brixia (Brescia) a Bergomum (Bergamo) a Comum (Como) a Novaria (Novara), itinerario destinato a spostare, lungo i contrafforti prealpini, i più opportuni contingenti di truppa.
A questo periodo potrebbe forse risalire anche la nascita di quello che in seguito diventerà il borgo.
Nel giro di qualche tempo dalla sua nascita la postazione presso Sibrium andò assumendo una sempre maggiore importanza, fino a diventare un vero e proprio castrum, difeso da isolate torri in muratura (oggi ancora visibili anche se solo allo stato di fondamenta) poi forse raccordate da vere e proprie mura. Nel V secolo, a causa dell’acuttizzarsi delle apparizioni barbariche in Italia, è ipotizzabile che nella zona fra Lario e Verbano venisse fatto nascere un particolare distretto strategico – militare e che questo dovette essere incentrato sul castrum esistente in Valle Olona. Anche la Chiesa stessa, che anche fuori dai grossi abitati luogo di sede episcopale stava ormai organizzandosi creando particolari punti di riferimento di cui uno dovette trovarsi proprio nel castrum della media valle Olona, ponendovi alla fine, forse proprio dove preesisteva un oratorio castrense, un centro battesimale rurale. Il battistero di Castel Seprio venne quindi edificato nel V secolo, lo testimoniano alcuni vetri liturgici qui ritrovati risalenti al periodo. Non è però certo ad opera di chi questo venne costruito, se per iniziativa statale da parte dei Goti insediatosi a Castel Seprio sul finire del V secolo o per iniziativa ecclesiastica.
Se furono i Goti ad impiantare il fonte battesimale, essendo questi ariani è probabile che non nascesse la pieve di Castelseprio ( di cui si hanno notizie certe nel X secolo) se non successivamente dopo il passaggio al clero niceno avvenuto in età bizantina, oppure in età longobardo-teodolindiana quando la dedica della basilica a San Giovanni Evangelista potrebbe avere avuto significato esaugurale. Se, invece, il battistero sorse per iniziativa ecclesiastica, cosa non impossibile anche in un castrum detenuto dai Goti i quali dimostrarono sempre un gran rispetto per le confessioni diverse dalla propria, è probabile che la pieve nascesse subito.

 

I GOTI Morendo, nel 395, Teodosio aveva scisso l’impero romano in due grandi unità: Oriente ed Occidente. Nel 476 l’Erulo Odoacre, depose l’ultimo imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo e diede origine ad un effimero stato romano – barbarico tollerato da Bisanzio (capitale dell’Impero Romano d’Oriente): il Regno d’Italia. Quattordici anni più tardi, i Goti di Teodorico si impossessarono del territorio e ne decretarono la fine. Crollato l’Impero Romano d’Occidente, sul finire del V secolo il Castrum dovette passare in mano ai Goti di Teodorico, i quali ne potenziarono la struttura difensiva. Accurati scavi esplorativi condotti fra la torre e la cisterna vicini al San Giovanni, hanno dimostrato che entrambe queste strutture sono attribuibili all’età goto-teodoriciana, così come, sulla base di un uguale materiale edilizio di reimpiego, vi sono stati attribuiti anche un rafforzamento - ampliamento della cerchia muraria e la costruzione di un saliente ad essa esterno che scendeva in Valle Olona fino a imperniarsi sul torrione oggi detto di Torba. E' infatti in età gota che si incomicia a ricorrere allo spoglio sistematico di sepolcreti pagani (per tutto il IV e gli inizi del V secolo si assiste da parte degli imperatori ad un atteggiamento di deciso rifiuto al riutilizzo del materiale di spoglio e di protezione della sacralità delle necropoli mentre le disposizioni di età gota e del regno di Teodorico in particolare, evidenziano un atteggimento di segno opposto, che non solo autorizza ma ordina ufficialmente di riutilizzare per nuove costruzioni i blocchi degli antichi edifici e di profanare le tombe per recuperare, ad utilità dei vivi, l'oro e l'argento dei corredi funebri) per le nuove esigenze di riassetto dei centri abitati.

 

I BIZANTINI Dopo la fine vittoriosa della guerra greco-gota avvenuta nel 553, per i Romani d’Oriente, o Bizantini, uno dei problemi più pressanti fu certamente quello di sbarrare la strada ad altre possibili invasioni barbariche provenienti da nord ad esempio da parte dei Franchi che già intromettendosi nel conflitto avevano occupato gran parte della Padania. Questa operazione riguardò anche l’area fra Lario e Verbano.

I capisaldi della vecchia catena militare romana di distretti prealpini di sbarramento erano in decadenza: alcune opere avevano mostrato durante la guerra che vide opposti i franchi ai bizantini punti deboli insospettabili, altre erano state distrutte, altre ancora erano in stato di abbandono.

Gli alti comandi di Bisanzio decisero perciò un piano di fortificazioni, che, pur sfruttando i punti base scelti in precedenza dai romani, avrebbe avuto il merito di soddisfare le attuali necessità strategiche.
Il concetto dominante era sempre lo stesso: ammassare ai piedi delle Alpi truppe che, fresche, al momento opportuno, si sarebbero gettate sulle colonne barbariche affaticate dal viaggio.

Il castrum è credibile che, se anche fosse stato in precedenza ceduto dai Goti ai Franchi, finisse per cadere in possesso dei Bizantini che ne fecero oltre che centro di notevole importanza militare come era anche in precedenza, anche il fulcro di una civitas o distretto amministrativo di prima grandezza.

Questa funzione sarebbe denunciata delle pur tarde fonti bizantino - ravennati (il Geografo Guidone, Anonimo Ravennate) nelle quali il castrum viene chiamato Sibrie, o Sibrium alla latina, per elementare trascrizione grafica e fonetica corrente di Séverum.

Seprio è, infatti, la trasformazione avutasi nella parlata degli arimanni longobardi della forma Sibrie-Sibrium la quale a propria volta è l’adattamento aulico, ufficiale, dato in epoca bizantina ad una forma più antica.

L’antichissima radice sev-, probabilmente indoeuropea, ritrovabile in Sèverum, come è indicato in vari idronimi e toponimi, allude all’acqua in generale.
Nel nostro caso potrebbe essere indicativa di una semplice sorgente, ulteriore caratteristica destinata a richiamare attenzione ed interesse per il luogo.

Sibrium si dimostrò essere, nuovamente, un pilastro difensivo di prim’ordine dato che questa volta si trovava in prima linea contro i nemici ammassati al di là delle Alpi.

 

I LONGOBARDI Nel 568-69, all’irrompere dei Longobardi nella Val Padana, i Bizantini non avevano ancora saputo rimediare a tutte le conseguenze lasciate in Italia dal ventennale conflitto contro i Goti. A guidare fra Lario e Verbano la ripresa di una misera popolazione erano i pochi centri battesimali cristiani in quanto questi favorivano il rinascere di contatti, di scambi e di iniziative fra le comunità. I Longobardi guidati da Alboino arrivarono ad occupare Milano il 5 settembre del 569. Anche se non è da escludersi che Sibrium cadesse in mano longobarda quasi immediatamente, l’opinione diffusa è che il castrum fu conquistato o sotto il regno di Clefi, successore di Alboino, o successivamente nel 588, con l’attacco definitivo di Autari contro gli ultimi possedimenti bizantini ormai ridotti alla sola isola Comacina. Per meglio comprendere i cambiamenti che interessarono Sibrium-Seprio sotto i Longobardi è necessario chiarire preventivamente alcuni aspetti di questo popolo. Quando i longobardi giunsero in Italia il loro era il ‘regno di una gente’, il che significava regno senza territorio: un organismo politico a base etnica e personale, non territoriale.
L’intero popolo concepisce se stesso come un esercito, le gerarchie del quale riflettono simultaneamente l’ordine civile e sociale, ciascun membro è un guerriero, un arimanno, mentre il re è il capo dell’esercito, colui che detiene il supremo potere militare soltanto in tempo di guerra mentre in tempo di pace è la stirpe a prevalere e la sovranità è esercitata dall’assemblea popolare degli armati, cioè dall’organismo collettivo che elegge il re e gli conferisce il potere in occasione delle spedizioni armate.
Tra il vertice e la base troviamo i duchi, gli sculdasci e i decani: questi sono ufficiali comandanti di gruppi armati e contemporaneamente titolari di poteri giudiziari e amministrativi rispetto alla schiera di guerrieri che si muove sotto la loro guida.
Il rapporto fra re è duchi e tra duchi e singoli arimanni è temporaneo e volontario.
Il contingente militare di base con il quale si formano i quadri dell’intero esercito è la fara, la struttura monocellulare della società longobarda, un aggregato familiare o plurifamiliare la cui coesione si fonda sul legame parentale.
Gradualmente, man mano che l’occupazione delle nuove terre veniva espandendosi, i vari corpi militari, per ordine del re, si stanziarono con compiti di presidio in determinati ambiti strategici.
In questo modo erano sorti i ducati e le judiciariae, queste ultime militarmente rette dallo stesso re il quale incaricava un semplice judex per le dispute civili.
Il territorio longobardo era quindi suddiviso in distretti governati da Duchi legati al re da un semplice giuramento di fedeltà sulla parola.
Strutture e schemi dei vecchi distretti municipali romani non ebbero alcun peso. Centri fino ad allora ricchi e famosi mantennero l’antico rango solo se situati in posizioni militarmente e strategicamente degne di nota.
In ogni territorio il luogo militarmente più quotato divenne sede del dux o judex e centro di raduno arimannico.
Con questo i Longobardi si chiusero in una casta a sé lasciando che la vita dei soggiogati, seppur ridotta alle più elementari espressioni, continuasse nei suoi aspetti tradizionali, ivi compreso il culto e l’amministrazione della giustizia.

L’immobilizzazione improvvisa del popolo nel nord Italia condusse a mutare innanzitutto il volto dell’istituzione al vertice: il sovrano (denominato Flavius) siede a capo di un personale di corte gerarchizzato, di un tribunale supremo, di uffici amministrativi ed impersona lo stato emanandone le leggi.
E’ con la salita al potere di Autari che, per contrastare il potere dei singoli duchi, assoggettati alla corona più per volontà che per dovere, vengono insediati in molti territori suoi funzionari, i gastaldi, con dignità e poteri analoghi a quelli dei duchi e con il compito di rappresentare più direttamente gli interessi della corona.

Sotto Autari è probabile che prendesse forma definitiva fra Lario e Verbano un finis, cioè un territorio dai precisi confini e con un proprio volto amministrativo (in una carta risalente al 842 viene citato un Gastaldo, questo unico particolare potrebbe portare all’identificazione di una verosimile figura di judiciaria avuta in età longobarda e perdurata per qualche tempo in età carolingia), avente per proprio centro Castel Seprio. Sembra infatti lecito supporre che il Seprio, almeno agli inizi, fosse retto da un Duca e che venne declassato a semplice finis soltanto successivamente, o agli inizi del regno di Autari o durante il regno di Agilulfo. Nel primo caso, il declassamento si inserirebbe nell’ottica della politica regia di assicurare vasti possessi al patrimonio della Corona mettendo nel contempo fuori gioco tutti quei duchi che avevano ostacolato la sua ascesa al trono (583) o che, dopo la morte del padre Clefi (673), si erano troppo legati ai Bizantini. Nel secondo caso la causa sarebbe da imputarsi all’azione condotta da Agilulfo nel 591 contro chi nel conflitto longobardo contro i Franchi e i Bizantini dell’anno precedente si era schierato più o meno apertamente con essi oppure aveva dimostrato poche capacità decisionali come forse era avvenuto nel Seprio, finis del Regno troppo importante per essere lasciato in mano poco sicura. Qualunque fosse la struttura organizzativa del nuovo territorio il suo confine a nord si estendeva a partire dal Sasso di Pino sopra Maccagno e, dopo aver toccato il Ceneri, pare raggiungesse il Ceresio poco ad est della Valsolda. Ad oriente, era il Lario a limitarne l’estensione in un primo tratto mentre in un secondo serviva allo scopo il corso del Seveso. Ad occidente, infine, la riva del Verbano e un tratto del Ticino costituivano i confini naturali con le judiciarie di Stationa (Angera) e di Plumbia (Pombia). Quest’estensione si modificò in due successivi momenti storici: nei primi anni dell’età carolingia un altro finis incentrato sull’antica Stationa (Angera) sottrasse a quello del Seprio un tratto della riva orientale del Verbano mentre, nel XII secolo, a seguito del trattato di Reggio del 1185 fra l’Imperatore Federico I e il Comune di Milano, il Seprio ebbe i suoi confini fissati lungo le rive del Tresa, le sponde del Verbano e del Ticino e una linea decorrente circa da Turbigo per Parabiago fino al Seveso e oltre e da qui ad occidente di Como verso il Ceresio. A Vico Seprio, dopo un periodo di confusione causato dall’arrivo dei Longobardi, la situazione si normalizzò. I Longobardi avevano infatti come propria abitudine quella di non mischiarsi con gli indigeni del luogo, creando propri insediamenti, propri luoghi di culto e propri cimiteri. Soltanto se una particolare zona rivestiva un rilevante ruolo strategico se ne impossessavano. Comunque, per Vico Seprio, il trovarsi all’interno di un’arimannia, induce a pensare che la coesistenza fra longobardi e locali divenisse con il tempo sempre più stretta.
L’arimannia deve essere ritenuta il risultato della territorializzazione delle vecchie fare avvenuta sotto Autari sul finire del VI secolo. In cambio di un servizio attivo di guardia e di difesa per dati luoghi o territori, come poteva essere il castrum di Seprio ed i suoi immediati dintorni, la Corona Longobarda concesse, all’epoca di Autari, in uso ad ogni fara, un preciso insieme patrimoniale costituito da campi, pascoli, boschi, corsi d’acqua.
Nel 588 scoppiò la guerra che vide i Longobardi comandati dal re Autari opposti alla coalizione formata da Bizantini e Franchi. La lotta interessò i territori longobardi comprendenti gran parte dell’Istria e del Veneto, della Lombardia occidentale e parte del Piemonte e dell’Emilia odierni quando questi si ritrovarono stretti ed isolati fra gli Avari e gli Slavi, legati fra loro, ad oriente, i Bavari che premevano oltre il confine atesino, gli Alamanni nel tratto Retico delle Alpi ed, infine, i Burgundi nel restante tratto Lepontino-Graio-Pennino-Cozio.
A meridione si trovavano i Bizantini. Il ruolo avuto dal Seprio nel conflitto fra Longobardi e Franco-Bizantini è documentato dall’opera di Gregorio Turonense e di Paolo Diacono, che però ne danno, per alcuni aspetti, descrizioni diverse. Dopo le prime sconfitte, nel 590, gli avversari di Autari svilupparono un nuovo piano d’attacco: partendo i Franchi da Coira e i Bizantini da Ravenna, gli alleati avrebbero puntato su Verona e Ticinum (Pavia). Le più salde unità arimanniche, così serrate in una gigantesca morsa, sarebbero state sconfitte.
Ma non fu così: alcuni dei più fidati corpi militari tra cui quello del Seprio si opposero agli invasori e li costrinsero a desistere dall’intento. Della situazione nemica approfittò Autari. Chiuso in Ticinum, avviò trattative con i franchi di Audovaldo. La sua morte, improvvisa e dovuta forse ad un complotto, rischiò di compromettere il processo di pace, ma il suo successore Agilulfo, sposato dalla vedova di Autari, Teodolinda, lo portò a termine stipulando una tregua di dieci anni. Voltesi contro l’impero, le forze longobarde fedeli riuscirono ad arrestare i progressi militari bizantini e, nel 593, puniti i duchi traditori, Agilulfo passò alla controffensiva: si spinse a sud, ad est, a nord. Riuscì vincitore. Battuti, i Bizantini abbandonarono qualsiasi velleità di guerra. Nel 590, stipulata la pace sulla base di un tributo da versare annualmente ai Franchi, ed orientatasi la monarchia longobarda verso il cattolicesimo prima tricapitolino poi romano, lo stato arimannico potè godere di un lungo periodo di tranquillità che durò, quasi senza interruzioni, fino al 773, anno della definitiva calata Franca in Italia.

Conclusa la guerra con i Franchi, i Longobardi non si preoccuparono di mantenere funzionali le postazioni militari del Seprio tra cui quella di Sibrium le cui fortificazioni tardoromane, gote e bizantine dovevano essere già in cattivo stato a causa degli smottamenti verificatosi lungo i bordi del pianoro dovuti alla conformazione geologica del luogo. Castel Seprio non risentì tuttavia della perduta funzione militare e guadagnò importanza grazie al ruolo di porta obbligata per i traffici commerciali. I Bizantini, stanziati nel distretto del Lario, avevano bloccato per circa vent’anni l’arteria che, attraverso Chiavenna ed il lago di Como, univa un tempo le regioni transalpine alla pianura Padana. Questo era andato a favore della via che correva più ad ovest, passando attraverso il Seprio. Agli inizi del VII secolo, sia le greggi padane che annualmente salivano all’alpeggio, sia le popolazioni della Rezia, prive di cereali e foraggi, che scendevano verso la pianura, passavano per il Seprio. Sempre agli inizi del VII secolo, gruppi sempre più fitti di inglesi, da poco convertiti al cattolicesimo, passavano di qui durante i loro pellegrinaggi verso Roma. Per tutto ciò, Seprium, divenuto Seprio (versione barbarizzata dell’antico toponimo), situata proprio all’estremità meridionale di questa nuova via di traffico, oltre che sede di judiciaria e, quindi, centro di periodico raduno arimannico, diventò in breve tempo una tappa fondamentale e luogo di mercato frequentatissimo.
Ogni anno, il 25 marzo, si celebrava, secondo il rito orientale, la festa patronale di S. Maria e si teneva una grande fiera a cui conveniva una folla numerosissima.
Nel VII secolo, per sopperire ai bisogni immediati di denaro liquido manifestatosi in tali occasioni, una locale zecca autorizzata incominciò a battere moneta aurea recante la dicitura Flavia Seprio. Nel VII ed VIII secolo, accanto al castrum, strettamente presidiato dagli arimanni, risorse un abitato civile su ciò che restava delle poche capanne abitate nel basso impero da civili poi utilizzate come materiale da costruzione dai Bizantini.
Ai primi anni del secolo VIII è da ricondurre la nascita di un monastero benedettino femminile, più tardi noto come Santa Maria de Turba, in fondo al saliente che dal castrum scendeva a valle.
Non più estirpata da anni la vegetazione doveva allora avere invaso del tutto i declivi del pianoro soprastante, imbrigliandone così il terreno e riducendone le frane.
E questo, col creare l’illusione di una tornata sicurezza, aveva portato al sorgere, ancora in piena età longobarda, prima di una chiesetta, con probabile dedica a San Raffaele, poi sostituita da altra in fondo al saliente, proprio davanti al torrione; quindi l’installarsi del cenobio in quest’ultimo e in alcuni ambienti che si erano addossati al vicino tratto di muro.

Sotto Astolfo, salito al Trono nel 749 ebbe inizio la fine dello Stato Longobardo.
Dopo aver modernizzato e rafforzato l’exercitus del Regno con il concedere l’entrata anche dei liberi non longobardi, questo Re si era lanciato in una politica espansionista ed autoritaria conquistando Ravenna, l’Esarcato e la Pentapoli bizantina, incorporando il Ducato indipendente di Spoleto, prendendo gli ultimi possessi di Bisanzio in centro Italia e revocando le donazioni fatte dai suoi predecessori ai Papi, giungendo fino a minacciare il Ducato stesso di Roma, nominalmente ancora dell’Impero d’Oriente ma in pratica tenuto dal Pontefice, il quale, nella persona di Stefano II, chiese infine aiuto ai Franchi retti da Pipino il Breve.
E fu la guerra. Astolfo venne sconfitto e morì nel 756; Desiderio, il suo successore, riequilibrò la situazione politica generale ma non potè evitare un nuovo dissidio col Papa Adriano I, tanto che questi richiamò in Italia i Franchi di Carlo, il futuro Carlo Magno. Nel 774 Desiderio fu costretto alla resa in Pavia e Carlo divenne anche Re dei Longobardi, rispettandone apertamente strutture ed ordinamenti ma infiltrando in realtà fra loro, come funzionari o privati possessori di beni immobili, elementi a lui fedeli, destinati a prendere il sopravvento sui vinti. Nel 781 il Regno dei Longobardi cessò di esistere ufficialmente. Al suo posto venne creato da Carlo un Regno d’Italia affidato a suo figlio Pipino.

 

I FRANCHI Con la prese del potere longobardo da porte di Carlo Magno i fines vennero affidati in genere ad un Comes, o Conte da cui derivano i Comitati, maggiori o minori, i secondi dei quali spesso furono alla base dei successivi ‘contadi rurali’ medioevali, come fu il caso dei Comitati di Seprio o di Stazona posti in subordine a quello maggiore di Milano. Agli ordini dei Conti, quali referenti per esse presso il Sovrano, passarono anche le arimannie con i relativi beni costitutivi. Quanto alle vecchie cariche longobarde rimasero in vita, con lievi modifiche nei compiti e solo per qualche decennio ancora, quella del Gastaldo, in subordine al Conte, e quella dello Sculdascio, sempre con funzioni di giudice minore (per Seprio si ha memoria di un Gastaldo, certo Roteno, che compare in un documento dell’844, evidentemente in subordine al Conte di Milano).

Con l’arrivo dei Franchi a Castel Seprio, nulla dovette in sostanza mutare dato che da vari documenti successivi risulta che il castrum continuò ad essere il centro di un grosso distretto in subordine a Milano che, retto ora da un Comes o Conte, ora da un Gastaldus, ora da un Judex, figura a metà tra un Conte ed un Gastaldo, ebbe nome di comitàtus, da cui Contado.

Sebbene continuò ad avere dei propri Conti, il Seprio dovette già sugli inizi dell’epoca carolingia, essere frazionato in zone di diversa spettanza per via delle sempre più estese concessioni immunitarie fatte dai diversi Imperatori ai loro fedeli, laici o ecclesiastici che fossero.
Sugli inizi del X secolo il fenomeno aveva toccato proporzioni notevoli le quali si sarebbero ancor più accentuate negli anni a venire per il passare di diverse terre del comitatus al Vescovo di Como nel nord e, in altri settori, a quello di Milano. Quando poi, a cavallo del Mille, gli Arcivescovi milanesi, con l’approvazione imperiale, concessero a diversi loro sostenitori, i cosiddetti Capitanei S. Ambrosii, di infeudarsi le pievi della propria diocesi, il seprio raggiunse il colmo dello sbriciolamento. I Conti, da parte loro, esclusi con tali infeudazioni anche da quei pochi brandelli di territorio che erano ancora in loro possesso, dopo aver assunto a propria volta atribuzioni feudali, finirono per conservare autorità solo su Castel Seprio e gli immediati dintorni definendosi non più Conti del Seprio, ma di Castel Seprio.Come parte della pieve di San Giovanni Evangelista, questi dintorni sarebbero dovuti passare a certi Capitanei cui la pieve era toccata. Ma nella pratica le cose non poterono andare così: innanzitutto perché gran parte del cuore della stessa era accupata dalla vecchia locale arimannia su cui ora i Conti esercitavano probabilmente dei diritti feudali, e poi perché Vico Seprio doveva rientrare in una curtis, o complesso economico-agricolo autosufficiente, che prendeva nome da Castel Seprio e che era stato concesso dagli imperatori ai conti. Oltre che insediarsi a Castiglione, da dove poi trassero il nome, questi Capitanei della pieve di Castel Seprio non poterono dunque estendere la loro autorità che su quello che restava libero, inaugurando poi luogo per luogo, coi loro Valvassores, tanti piccoli dominati, o signorie.

Di riflesso al decadere della autorità dei propri Conti, Castel Seprio nel X secolo dovette perdere totalmente ogni parvenza di luogo fortificato.

Nella seconda metà del secolo XI i Conti iniziarono ad alternare la loro residenza tra Castel Seprio ed alcune loro altre proprietà, site nella zona di Tradate-Venegono.
Abbandonato in tal modo a se stesso, il castrum – di cui essi risultavano pur sempre consegnatari per conto dell’Imperatore, e nel quale essi avevano forse poco prima eretto la chiesa di San Paolo – andò sempre più in rovina sino a ridursi, nel breve giro di pochi decenni, ad un qualcosa che dell'antica funzione conservava solo il nome.

 

IL XII SECOLO Dopo la nomina di Federico I di Svevia, detto il Barbarossa, ad imperatore di Germania, quest’ultimo si pose l’obiettivo di riconsolidare il potere nei confronti dell’influenza pontificia e delle nuove organizzazioni comunali che rivendicavano l’autonomia locale e rimettevano in discussione alcuni diritti di natura economica propri dell’imperatore ( le regalie).
Milano aveva preteso di esercitare la giurisdizione sul comitato di Lecco, sulla Martesana, sul comitato del Seprio e sui territori di Como e di Lodi, esigendone le tasse sui beni immobili, il dazio fluviale e quello terrestre. Il Barbarossa, dopo la sua incoronazione a Pavia e a Roma del 1155, emanava un proclama in cui vietava a Milano di riscuotere contributi e di coniare moneta.
Il comune lombardo non osservò le disposizione date dall’imperatore, il quale calò in Italia accompagnato dal Re di Boemia e dal Duca d’Austria. I milites sepriesi si allearono con il Barbarossa allo scopo di ottenere da quest’ultimo la restituzione dell’indipendenza persa nei confronti degli Arcivescovi milanesi. Milano viene sconfitta e distrutta per ordine del Barbarossa ( 25 marzo 1162). La politica feudale dell’imperatore non produsse gli effetti attesi dai suoi sostenitori sepriesi tanto che questi ultimi giurarono il 20 marzo 1168 fedeltà all’Arcivescovo Galdino, difensore delle libertà comunali e si misero a disposizione dei consoli milanesi.
Durante la sua quinta calata in Italia, Federico il Barbarossa venne sconfitto dalla Lega Lombarda a Legnano il 29 maggio 1176 e fu costretto a concedere l’autonomia alla città di Milano e a quelle settentrionali, riconoscendo giuridicamente il Comune cittadino il quale metterà in discussione gli antichi diritti e privilegi esercitati dai feudatari, dagli ecclesiastici e dai laici nelle campagne. Per quanto riguarda il Castrum di Castelseprio, questo doveva essere in condizioni disastrose se l’imperatore non osò mai mettervi piede nemmeno la notte precedente la giornata di Legano quando, pur trovandosi con le sue milizie in questa zona, preferì correre il rischio di sostare in un abitato senza difese come quello di Cairate.
Passato il Contado sotto Milano a seguito del privilegio di Costanza (1183) e del trattato di Reggio (1185), Castel Seprio, ormai del tutto abbandonato dagli antichi Conti, tornò nuovamente al centro dell’attenzione. Anche se il nuovo assetto viario della zona aveva visto sia la ripresa della direttrice Milano – Varese ad oriente dell’Olona, sia l’aprirsi fra Varese e Gallarate di un collegamento lungo la valle dell’Arno, escludendo così Castel Seprio, quest’ultimo venne fatto sede amministrativa di un territorio esteso dal Tresa e dal Ceresio alla brughiera gallaratese e dalle sponde del Verbano alle rive del Seveso. L’antico castrum venne inoltre riattrezzato come pubblico fortilizio dal Comune di Milano tanto che lo stesso poté far fronte a ripetuti episodi bellici negli ultimi anni della propria esistenza. Le antiche difese vennero probabilmente restaurate, l’adiacente abitato, ingranditosi nel tempo, venne trasformato in antemurale delle stesse ed infine un complesso sistema di estesi fossati periferici fu scavato per potenziare le difese del complesso.La ristrutturazione del castrum in guisa di rocca non dovette interessare ogni struttura ma soltanto la cerchia principale di mura con le relative torri.Il saliente non venne recuperato con ogni probabilità perché a valle si era già da tempo costituito il monastero benedettino di Santa Maria di Torba. Al contrario, le difese che davano ad occidente dovettero essere potenziate notevolmente per scongiurare il pericolo di un attacco che da qui sarebbe risultato fatale per la rocca.In quest’ottica potrebbe essere visto un potenziamento del fossato antistante il vecchio originario accesso al castrum e la costruzione delle pilae di un ponte ad impalcato ligneo che lo attraversava.Due altri lunghi fossati vennero poi scavati parallelamente e ad una certa distanza dal bordo della valle Olona. L’abitato di Castel Seprio non doveva avere in origine un preciso limite che venne imposto solo con la sua trasformazione in antemurale della rocca. Alcune fondazioni affioranti davanti al fossato ed alle pilae del ponte che portava alla porta della rocca, indica che almeno in questo punto il limite fu un muro in pietrame varcato da un passaggio. Il resto della cerchia, al contrario, potrebbe essere stato costituito dalle mura esterne delle costruzioni che vi si accostavano e da un bastione in terra che completava le eventuali lacune. Oltre all’apertura verso la rocca se ne dovevano avere almeno altre tre: una a sud verso Vico Seprio, una ad occidente, in direzione di Carnago ed una a settentrione, poco sotto Santa Maria foris portas, in direzione di Gornate.

 

IL XIII SECOLO Agli inizi del XIII secolo i rustici della vicinatia vicosepriese con parte dei milites componenti l’antica arimannia dei dintorni erano intanto evoluti in una autentica moderna Comunità.
Sotto l’egida di Milano, questi due gruppi avevano acquisito il pieno diritto a governarsi da sé, nominando propri Reggenti e regolandosi secondo precise norme dettate dalla consuetudine.
All’inizio essi formarono certamente una Communitas vicinorum ad una Communitas nobilium, nettamente separate. Poi, per una fusione concordata, si dovette giungere alla Communitas Castri Sepri, il cui ambito di pertinenza fu costituito dalle terre private e collettive della vecchia vicinia divenuta vicinatia, nonché da quelle arimanniche. L’abitato di Castel Seprio, trovandosi in un luogo di interesse reciproco ed avendo recuperato l’antica funzione difensiva, divenne il nucleo abitativo più importante e qui venne fissata la sede ufficiale della nuova Comunità.

L’importanza dell’abitato di Castel Seprio fu tale che propri nel XIII secolo si ebbe la sua nomina a borgo, una qualifica di esclusivo diritto pubblico la cui assunzione finiva per avere conseguenze sostanziali sul carattere politico della relativa comunità.
Le comunità burgensi fruivano di determinati diritti, come l’esenzione degli onera rusticana, il pagamento di certe tasse solo come toccava agli abitanti delle città e la possibilità di accedere a cariche pubbliche cittadine. Dall’altra parte vi erano degli obblighi specifici, erano infatti tenute a mantenere o la difesa di alcune strade, o ponti, o luoghi pubblici. L’assurgere a borgo dell’abitato di Castel Seprio dovette proprio trovare motivo nello specifico incarico, assegnatogli dal Comune di Milano, di provvedere alle necessità della rocca.
Proprio in questi anni è possibile che la nuova comunità burgense adottasse una propria insegna: un campo diviso in due verticalmente, ciscuna metà divisa in sei bande orizzontali alternate rosse e bianche.
Nel 1224 i nobili del Seprio residenti in Milano si davano per Podestà Obizzone della Pusterla proclamando il proprio contado del tutto autonomo da Milano. Gli episodi bellici che coinvolsero nei decenni successivi Castel Seprio sono da inserirsi all’interno del clima di lotta tra guelfi e ghibellini che caratterizzò quegli anni. Sul finire del luglio 1257, incalzati dagli avvenimenti, i Ghibellini milanesi, esuli, con l’Arcivescovo Leone dei Valvassori da Perego lasciarono Milano per rifugiarsi nei contadi di Seprio e di Stazzona e impossessandosi della rocca di Castel Seprio.
A Milano, intanto, Martino della Torre, nobile ma Capitano del Popolo e quindi capo della fazione guelfa insieme al Podestà di Milano, usciva dalla città allo scopo di snidarli.
Il 12 agosto Castelseprio fu raggiunta dai Guelfi i quali, pur conquistando il borgo, non riuscirono ad espugnare la rocca e dovettero ripiegare: era il momento di sferrare l’attacco finale ma l’Arcivescovo richiamò le sue milizie. Il della Torre, approfittando dell’occasione, chiese a Milano l’invio del Carroccio e della sua agguerrita compagnia.
Il 24 agosto la battaglia sembrava imminente ma, per opera di vari ambasciatori lombardi accreditati a Milano, lo scontro fu rimandato. Il 29 agosto venne conclusa una tregua, e l’anno seguente, il 4 aprile, a Milano, le lotte parvero finalmente concludersi con la pace detta di S. Ambrogio.
Le rivalità cittadine tuttavia continuarono fino a scoppiare, nell’aprile del 1259, quando, a causa di gravi disordini, i principali esponenti guelfi e ghibellini furono esiliati da Milano.
Alcuni mesi più tardi Martino della Torre ritornò in città con alcuni seguaci, ne conquistò il governo e rinnovò il bando contro gli avversari scacciati con lui nel precedente aprile; i nobili milanesi dovettero disperdersi una parte in Lodi e Piacenza ed un’altra nel Seprio.
Gli esuli rimasero a Legnano fino al 1260 tentando di riorganizzarsi. Nel 1262 il della Torre ordinò vaste operazioni di polizia nella campagna riuscendo, a costo di gravi uccisioni, a riprendere Martesana ed il Seprio. Nello stesso anno, Ottone Visconti ea stato destinato come Arcivescovo di Milano ma Martino della Torre, desideroso di conferire quel ruolo al nipote Raimondo, impedì al nuovo Arcivescovo di entrare in città e di prendere possesso dei beni a lui spettanti: Ottone Visconti e i suoi sostenitori divennero esuli occupando Arona, Angera e Brebbia.
Il 3 aprile i guelfi di Martino della Torre raggiunsero Arona. Dopo un assedio durato giorni le tre postazioni viscontee caddero ed i rispettivi castelli vennero spianati fino alle fondamenta.
L’ascesa dei della Torre sembrava irrefrenabile se non che, durante gli anni successivi, cominciò inesorabilmente a declinare. Scomparso Martino lo stesso anno della vittoria su Arona, i suoi successori dovevano incorrere in una serie di mosse tanto impolitiche da far subito aumentare vertiginosamente il numero degli avversari della sua famiglia.
Abbandonata Milano, molti degli antichi sostenitori del partito guelfo, andarono a raggiungere gli esuli. Tra questi i da Castiglione, famiglia che da anni aspirava a diventare Signora di Castelseprio e che, per questo, si era unita nel 1256 al partito guelfo. Ottone Visconti e gli esuli intanto avevano messo appunto un nuovo tipo di lotta: brevi sortite, attacchi veloci e mirati, che disorientarono completamente i torriani. Per difendersi questi guarnirono ogni borgo, ogni terra, di armati reclutati a prezzo di somme altissime. I della Torre, dopo aver intaccato minacciosamente le riserve monetarie milanesi, dovettero ricorrere ad onerosissime tasse.
Il malcontento dilagò e sfociò in forme concrete alle quali i della Torre risposero con nuovi bandi da Milano, a vantaggi dell’Arcivescovo che vedeva accrescersi il proprio esercito giorno dopo giorno.

 

L'ANNO 1287 Nel 1276 Ottone Visconti ritornò alla carica contro i della Torre seguito dai superstiti e, portandosi a Novara, raccolse le proprie forze, occupò Arona e le sue vicinanze, Angera, varcò il Ticino, irruppe nel Seprio e puntò verso il suo capoluogo Castel Seprio, presieduto da una scarna guarnigione. Napo della Torre comprese immediatamente la necessità di sconfiggere definitivamente gli esuli a Castelseprio. Dal 1274 egli disponeva, in quanto Vicario Imperiale di Milano, di due grosse bande di mercenari tedeschi. Egli li mise agli ordini del figlio Cassone e li indirizzò verso Castelseprio seguendoli a qualche giorno di distanza con il grosso delle forze.
Con ogni probabilità i Tedeschi di Cassone si erano accampati nella piana mentre gli esuli dovevano essere stanziati nella zona di Santa Maria foris portas. I della Torre attaccarono, gli Ottoniani, pur difendendosi fino allo stremo, furono costretti ad abbandonare l’abitato e a rifugiarsi nella rocca con tutta la popolazione locale. Dopo diverse ore di battaglia Ottone Visconti di lasciare il campo presso Santa Maria foris portas e di partecipare allo scontro: sarebbe stata l’inesorabile sconfitta dei torriani se l’Arcivescovo non avesse ceduto alla pietà arrestando il combattimento alle soglie dell’accampamento nemico.

Nelle ore successive i Della Torre riorganizzarono le file e vennero raggiunti dai contingenti di rinforzi: alle prime luci dell’alba una massa compatta di avversari si avventò sul campo visconteo costringendo Ottone e gli esuli scampati a fuggire dal campo galoppando verso nord.

Nonostante questa vittoria, nel gennaio del 1277, a Desio, sorpresi dagli avversari, i della Torre subirono un’inaspettata sconfitta in seguito alla quale Ottone e i suoi seguaci poterono tornare a Milano. I ruoli si invertivano: i della Torre superstiti divenivano esuli pronti ad assalire Milano per ristabilirne il dominio. L’Arcivescovo, per contrastare i loro possibili attacchi chiese aiuto al Marchese del Monferrato, cui per alcuni anni venne affidata la signoria di Milano.
Il Visconti, tuttavia, mirava a diventare despota e nel 1283, congedò bruscamente il Marchese provocando grossi dissensi fra i sostenitori dell’Arcivescovo stesso tanto che alcuni lo abbandonarono mentre altri passarono in campo avversario. Il risultato fu che l’influenza di Milano su alcuni territori, quali, ad esempio, Como, andò perduta nel modo più assoluto.
L’Arcivescovo avviò alcune operazioni militari intese a recuperare la zona di Lecco.
Uno dei comandanti fu Guido da Castiglione: dii antica e ricchissima schiatta capitaneale sepriese, Guido era figlio di un Corrado, alleato dei della Torre probabilmente sino alla fine del 1274 quando, per motivi poco chiari, questi era entrato in lotta che gli antichi compagni avendone per conseguenza il castello di Castiglione distrutto. Dopo la vittoria di Desio, Ottone Visconti aveva voluto benevolmente ricordarsi di lui e della sua famiglia.
Guido da Castiglione ereditava dai suoi avi anche l’aspirazione a diventare Signore di Castelseprio: non è da escludersi, infatti, che la rottura con i Torriani sia stata causata dal designarsi di uno di questi, Francesco, quale Signore del Seprio nel 1266.

Verso la metà del marzo 1285 mentre il marchese del Monferrato minacciava il territorio di Milano, Goffredo della torre passava all’azione entrando il 13 marzo in Bergamo e qualche giorno più tardi a Como. Per tagliare ogni contatto tra tale avversario e la città ambrosiana, il della Torre comprese che la mossa più opportuna sarebbe stata occupare Castelseprio, decisione sostenuta da Guido da Castiglione, passato agli avversari dopo essersi visto defraudare del titolo di Signore del Seprio. Le truppe viscontee reagirono dirigendo verso Castel Seprio: ne nacque una situazione di stallo in cui un gruppo di milanesi si spinse fino a Castiglione per parlamentare con Guido discendendo poi da qui direttamente a Milano dove riferirono all’Arcivescovo Ottone. Il 18 maggio 1285 l’esercito milanese lasciava il Bassone per tornare in Città mentre i torriani comaschi sgombravano Castelseprio e Guido da Castiglione ne divenne custode momentaneo e garante della tregua. Le trattative non andarono a buon fine e i torriani comaschi ripresero le armi mentre alcuni nobili cittadini intervenivano per pretendere la restituzione da parte del Castiglione di Castelseprio a Milano. Messo alle strette, Guido si schierò nuovamente con i Torriani impegnati in un vano assedio a Varese, invitandoli a prendere possesso del castrum. Questa volta i viscontei attaccarono con decisione: solo la rocca, dove i torriani comaschi si erano rinchiusi, rimase inattaccabile tanto che i milanesi lasciarono Castelseprio dopo aver messo a sacco il borgo, colpevole di non essersi opposto al nemico.
La guerra contro Como e i torriani durò fino all’aprile-maggio del 1286 quando a Lomazzo prima, e a Milano poi, fu firmata la pace.

Fra i patti era sancito che Castelseprio sarebbe stata consegnata senza indugi al comune ambrosiano e il Podestà di Como in quell’anno, Guido da Castiglione, accettò ogni cosa salvo poi portarsi a Castelseprio ed installarvisi con la forza. I patti stabiliti, tuttavia, non furono accettati dai della Torre e dal Marchese del Monferrato i quali proseguirono nella lotta armata.
Guido da Castiglione intanto continuava, molto abilmente, a tenere Castelseprio sebbene si proclamasse disposto alla consegna del fortilizio ai Visconti. In questo modo Guido da Castiglione divenne il simbolo dell’opposizione antiottoniana. L’Arcivescovo fu così costretto ad agire prima che la fazione avversaria si riorganizzasse proprio in Castelseprio, rinnovando così il pericolo che il luogo aveva già più volte rappresentato per Milano.
Quello che a questo punto accadde, è conosciuto per sommi capi: pare che un gruppo di uomini originari della Val d’Ossola, al soldo di Ottone, forse travestiti da muratori o carpentieri e mescolati fra le maestranze richiamate sul luogo per la ricostruzione del borgo saccheggiato l’anno prima, riuscisse ad entrare nella fortezza incendiandola. Guido da Castiglione scomparve e la rocca tornò nelle mani di Ottone Visconti il quale ordinò che questa venisse distrutta: "Castrum Seprium destituatur et perpetue destructum teneatur et nullum audeat vel praesumat in ipso monte habitare".

 

CASTELSEPRIO DAL 1287 AD OGGI La Comunità di Castel Seprio, privata della possibilità di risiedere nel borgo e avendo perso, con la distruzione di quest'ultimo, ogni diritto burgense, fu costretta a trovare sede nel vecchio Vico Seprio riassumendo i diritti propri delle semplici Comunità rustiche o contadine. Le rovine del castello, per qualche tempo, furono ancora frequentate, sia per il fatto probabile che i vecchi proprietari immobiliari ne avessero mantenuto il mero possesso del suolo, sia perché fra queste rovine la plebana di S. Giovanni e le altre chiese esistenti erano state mantenute in funzione dal clero relativo. L'importanza del luogo per l'organizzazione religiosa del territorio era tale che non mancarono, negli anni a seguire, elementi di rinnovamento degli interni: in S. Maria foris portas, nell'abside centrale, reintonacata, fu posto centralmente un quadro raffigurante un Presepe che si ritiene di scuola padana e una Madonna allattante nella maniera del Luini: la prima oggi è conservata nella chiesa parrocchiale di Carnago, la seconda in quella di Castelseprio. Anche la chiesa del Convento di S. Giovanni fu affrescata nel '400 con una Pietà. Sono queste le ultime espressioni di vitalità del luogo: dopo di allora ebbe inizio un abbandono e un declino che durarono fino alla riscoperta degli antichi affreschi di Santa Maria foris portas avvenuta nel 1944. Del resto, le monache del monastero sorto nel baluardo di Torba nell'ottavo secolo emigrarono verso luoghi più ospitali, trasferendosi definitivamente a Tradate nel 1497 e, con il passare del tempo, anche gli ecclesiastici di San Giovanni Evangelista cominciarono a disertare sempre più il luogo, accentuando una tendenza già più volte manifestata in passato. Le case canonicali furono abbandonate definitivamente sul finire del' 500, su espressa richiesta del clero, il quale non gradiva di rimanere ad abitare una zona sempre più inselvatichita ed inospitale, anche se ricca di grande prestigio nel passato. Nel 1582 infatti, l'Arcivescovo di Milano Carlo Borromeo decideva di trasferire la Prevostura e i Canonicati di S. Giovanni Evangelista nella non lontana chiesa di S. Martino di Carnago, lasciando che in S. Maria foris portas rimanesse invece alloggiato un semplice cappellano, poi allontanatosi dal luogo a propria volta. Dagli atti delle visite pastorali dell'arcivescovo di Milano risulta che dal 1569 solo una casa accanto alla basilica di S. Giovanni era abitata da un certo Monella che conservava i paramenti liturgici.

E così le prerogative della chiesa di Castelseprio passavano alla vicina Carnago e da quel momento, malgrado varie disposizioni date dagli inviati del Cardinale Federico Borromeo, non solo gli edifici sacri non vennero più riparati, ma, anzi, divennero, insieme agli altri ruderi, cave di pietra per costruzioni nuove sorte nei paesi del circondario.

La popolazione di Castelseprio che si salvò dall'attacco proditorio di quel marzo 1287, emigrò a Nord-Ovest del Castrum dove si unì alla comunità di Vicoseprio. La chiesa più antica conservata fino ad oggi è S. Maria Rotunda, della seconda metà del quattrocento, posta su una piccola altura e con le spalle rivolte alla Valle Olona, che conserva interessanti affreschi.

La chiesa parrocchiale odierna, dedicata ai Santi Nazario e Celso, di antica fondazione, nell'800 venne ristrutturata con il cambiamento anche del suo orientamento. Per la sua ristrutturazione venne spogliata l'antica basilica di S. Giovanni, azione che comportò diffide da parte ecclesiastica.

Nel 1842 per lo Stato e nel 1911 per la Chiesa, Vico Seprio mutò nome in Castel Seprio. Aggregata a Carnago nel 1928, la locale comunità avrebbe ritrovato una sua autonomia amministrativa solo nel 1947.

 

LA CHIESA DI SANTA MARIA DI TORBA sorge all'estremità di un saliente che le vecchie mura del castrum di Castel Seprio disegnano verso la valle Olona. La fronte meridionale della chiesa è in gran parte ascrivibile all'XI secolo, come attesta il tipo di muratura in ciottoli di provenienza fluviale, legati con malta di calce e sabbia. La porta più antica d'ingresso, già murata, ma di cui erano evidenti l'arcata in laterizi e gli stipiti, è ora riaperta mentre un’altra grande porta di tipo carraio è oggi chiusa per tamponamento lasciato deliberatamente a vista a testimonianza di un'epoca in cui la chiesa, dopo il trasporto altrove, nel XV secolo, del monastero cui apparteneva ed il passaggio di questo ad uso agricolo, venne trasformata in deposito, soprattutto per carri.
Sopra questa porta si trova una finestra d'epoca romanica, sovrastata da una teoria di archetti pensili e da una fascia di mattoni, "campione" della trasformazione dell'edificio progettata tra l’ultima metà del XII secolo ed il XIII. All'estremità sud-ovest della parte meridionale si trovano i resti, inglobati nella fabbrica, di un campanile a pianta pressochè quadrata assegnabile ad un'età precedente al corpo della chiesa.

Nella fronte ovest, verso monte, incassata parzialmente nel declivio, si apre un’altra finestrella, dall'archivolto in conci di pietra ascrivibile all'XI secolo.

La fronte nord, presenta un andamento leggermente flesso. Nella muratura sempre attribuibile all'XI secolo, si aprono due porte di cui la prima, verso monte, con lunetta ad archivolto ricavato nel tessuto murario mediante tagli di pietre (sopra vi era inserito un ossuario romano iscritto) e la seconda, ora tamponata con pietre, delimitata da mattoni piani e curvi di accurata fattura, assai simili a quelli usati nella finestra romanica della fronte sud.

Un giunto murario molto netto stacca le pareti sin qui descritte da un pilastro proprio di un'abside che dovette essere sostituita dall'attuale alla fine del XII-inizi del XIII secolo. Prima di possedere quest'ultima, l'aula dell'XI secolo doveva infatti averne altra, coeva al resto dell'edificio.
L'abside, semicircolare, elevata su di un basamento in ciottoli, è suddivisa in campi da sei lesene in pietra, mattoni e tufo, che si concludono in sommità con una cornice di archetti pensili sovrastati da una doppia fila di mattoni posti di testa, senza ricerca di motivi decorativi. In tre dei cinque campi sono ricavate finestrelle a doppia strombatura. La muratura è ricca di effetti cromatici, dovuti al grigio di fasce in ciottoli alternato al rosso di fasce di mattoni.
Anche il timpano dell'aula sovrastante l'abside è costituito da corsi alterni di mattoni e di ciottoli. In esso sono altresì visibili tracce di archetti pensili oggi scomparsi.

Sotto il vano dell'abside, servito da una stretta scala che scende lungo la parete nord e che era illuminata in antico da una finestrella strombata sulla sinistra, esistono i resti di una cripta ad ambulacro, compresa fra il semicilindro dell'abside stesso e una muratura interna intonacata. Questa muratura presenta un andamento grossolanamente curvilineo: vi risaltano cinque lesene, allacciate da archi ciechi, che portavano, senza inserimento di alcun capitello od altro elemento, i costoloni trasversali di una volta a crociera. Altra stretta scala, simmetrica a questa ora descritta, si trova lungo la parete sud: è in parte ricavata in un grosso masso erratico che al tempo della costruzione non si volle rimuovere.
Dagli ultimi scavi effettuati, il Brogiolo ha tratto un 'ipotesi secondo cui l'evoluzione di S. Maria di Torba si sarebbe svolta in quattro stadi che a partire dall'VIII secolo si sarebbero successi sino al XIII.

Le pitture che si trovano nella chiesa di S. Maria di Torba, trattandosi di dipinti eseguiti a strati progressivi di colore a calce stesi su di un sommario disegno di base fatto a fresco, non possono essere considerate affreschi in senso stretto.

Nella chiesa, sulle pareti est e nord del monco campanile inglobato nella costruzione, nonchè nell'intradosso del relativo varco d'accesso (ove si trovava un volto - il cosidetto "Kim" -), si trovano alcuni brani, molto modesti attribuibili all'XI secolo.

Altri brani si hanno qua e là sulle pareti dell'aula e nell'abside, risalenti ora all'XI, ora al XII, ora al XIII secolo ed oltre (alcuni resti sulla parete settentrionale risalgono per esempio ad una fase anteriore alla costruzione dell'abside attuale, costruita nel tardo XIV, e fanno comprendere che la parete era ricoperta allora da scene disposte su due registri). Numerosi pezzi d'intonaco decorato relativi sia all'abside dell'XI secolo sia all'antica cripta, sono stati tratti in luce durante lo scavo di questa. Oltre a parti ornamentali, come greche, girali e un velario, sembrerebbero potersi recuperare anche resti di vere e proprie scene in rapporto forse con quelle esistenti sulla parete settentrionale dell'aula.

 

LA TORRE DI TORBA La torre di Torba risale alla fine del V-inizi del VI secolo. Lo si può arguire dal materiale usato per la costruzione, spesso tratto dalla demolizione di complessi cimiteriali romani.
In origine la torre emergeva per tre lati dalla cortina muraria che scendeva dal castrum verso la valle dell'Olona. Nel corso dell'VIII secolo venne costruito lungo l'adiacente tratto di mura sud, un monastero femminile benedettino.

La torre, che si restringe verso l’alto, presenta verso est e nord poderosi contrafforti angolari e uno intermedio, che si rastremano, salendo, a mezzo di tre gradini. Anche il lato sud doveva presentare lo stesso schema prima che il contrafforte intermedio venisse parzialmente demolito e sostituito da un grosso muro, eretto quando nella torre e in una sottostante costruzione fu insediato il monastero con ogni probabilità riferibile alla necessità di costruirvi contro una scala per accedere al secondo piano (la scala, in precedenza doveva consistere in un sistema interno che consentiva di passare da un piano all'altro a mezzo di botole e scale a pioli).
Verso ovest, cioè verso l'interno del saliente, invece, non esisteva alcun contrafforte mediano.

Sui contrafforti angolari di nord-ovest e sud-ovest si immorsava, in origine, la cortina muraria del saliente, rispettivamente verso nord (messo in luce oggi per un buon tratto allo stato di quasi fondazione) e verso sud (tuttora conservata integra per m.22 circa nel seminterrato dell'ex monastero).

L'unico riferimento possibile per questo tipo di contrafforti è dato dalle quattro torri con contrafforti rastremati che reggono la spinta della cupola centrale del S. Lorenzo di Milano (sec. V). L'affinità con queste torri si estende anche al graduale arretrarsi delle murature dal filo esterno della facciata man mano che le esigenze statiche consentono minori spessori. Qui a Torba l'assottigliamento è però anche interno, e agli arredamenti a scalino si appoggiano gli impalcati lignei dei piani.

Sul lato ovest esiste una porta d'accesso che anticamente doveva trovarsi a una certa altezza dal suolo mentre, verso valle, sulla fronte est, si notano allo stesso livello due grandi feritoie. Una terza feritoia si trovava in origine anche verso sud, per dominare di fianco la cortina di mura che si immorsava nel contrafforte angolare sud-ovest; ma venne otturata con la costruzione della scala esterna della torre.

Altra porta d'accesso alla torre esisteva, sempre sul lato ovest, in corrisponenza del primo piano: ad essa peraltro corrispondono ancora verso nord due feritoie; verso est si notano i residui di un vecchio camino e una finestra a sesto acuto, contornata da un riquadro di intonaco bianco, del tutto diversa per foggia e dimensioni da ogni altra della torre e ascrivibile al XV secolo.

Al secondo piano, due finestre spiccano invece nella parete a nord: sono finestre allungate che richiamano sia quelle di S. Maria foris portas, sia la porta murata che serviva d'accesso alla cisterna presso S. Giovanni. Verso est, invece, esistono solo due piccoli riquadri ciechi, risultanti dal restringimento delle precedenti più ampie aperture a fungo, identiche a quelle della fronte nord; e verso sud, proprio al di sopra di quella del primo piano, si può osservare un’altra finestra, sempre a fungo.

All’interno della camera inferiore il piano di calpestio in terra battuta si trova a m. 3,70 più in alto del piano di spiccato della torre verso valle.

Al primo piano le pareti nord, est e sud sono ognuna alleggerite da due fomici, con arco a tutto sesto, a pianta rettangolare, sul cui fondo avrebbero dovuto trovarsi in antico altre feritoie.

Il secondo piano, adibito ad oratorio del monastero stesso, probabilmente con altare centrale ligneo volto a oriente, presenta nella parete nord le due finestre a fungo già descritte; in quella est, due altre sono state ridotte di dimensioni prima che la relativa parete fosse affrescata, nell'VIII secolo. Nella parete ovest si apre un 'unica finestra centrale.

In un vano di non grandi dimensioni come è quest’ultimo, se il numero e l'ampiezza delle finestre sembra portarci ad un 'età com 'era la tardo antica, in cui era possibile costruire lastre di vetro, il loro graduale restringersi o addirittura l'annullarsi, ci richiama invece a tempi più tardi e ad un declino di possibilità tecniche che precedette la realizzazione degli affreschi interni.


Al primo piano della torre, che doveva essere stato in antico probabilmente in gran parte decorato, nello sguincio a sinistra della finestra volta a oriente, si intravede il dipinto della vaga figura di una monaca in preghiera, al disotto di due altre figure in piedi, di cui compare la parte inferiore delle vesti. L’intradosso opposto presenta, invece, accanto al volto di un'altra monaca, sempre e ai piedi di due altre figure dal bordo del vestito riccamente ornato con perle, appare un nome, scritto col bianco sul fondo ocra, Aliberga, trasformato con un'aggiunta di lettere, in un probabile Casta (abatissa). Sul vicino sguincio della finestra meridionale si riconosce una grande Croce potenziata, scomparsa dalla decussatio in sù, dalle cui braccia pendono a mezzo di catenelle una Alfa ed una Omega, segni del principio e della fine e alcune mutili parole, messe verticalmente, in lettere onciali aumentate. Completa il tutto, al di sotto, una targa dipinta, in cui un ignoto ‘translatu(s) a Alexandria dichiara hic in istum locum tumulo iacio’.

Al secondo piano tutte e quattro le pareti dell'ambiente recano abbondanti tracce di pitture che appartengono ad un solo strato e si sovrappongono ad una fase anteriore nella quale il vano fu tutto intonacato.

Fra le due finestre della parete nord, al di sopra dei resti di un falso zoccolo a specchiature marmoree composite, appare la parte inferiore della figura di un probabile Vescovo, e di un’altra persona in tunica bianca. Potrebbero anche essere San Biagio (cui sembra fosse dedicato un oratorio o una cappella nel monastero di Torba) e un benefattore.
Subito sul lato occidentale della finestra, un frammento mostra la testa di un leone, con la zampa destra tesa a tenere un libro, simbolo di S. Marco (questo particolare, assieme a quanto resta di una mandorla, fa ipotizzare che qui la figura del Cristo doveva essere circondata dai simboli degli Evangelisti).

Sulla parete orientale, al di sopra di un magnifico drappeggio a più teli, appare il Cristo Redentore, privo di barba, seduto, con indice e medio della mano destra levati in segno di giustizia e di pace, e il braccio sinistro che tiene fermo un libro. Il resto della figura, salvo un piede, è del tutto caduto come per gran parte sono andati persi i due Angeli posti ai lati.
Si trovano poi alcune figure frammentarie, attribuibili in successione a S. Giovanni Battista, per la pelle caprina e l'agnello che reca, a S. Pietro, per le vesti biancoazzurre e la tonsura che gli sono caratteristiche, ed a due altri Apostoli.
L'assieme di questa parete orientale fa pensare, per analogie varie, ad una sorta di "intercessione", un tempo usata per decorare edifici sacri, nella quale accanto a un Cristo si hanno da un lato il Precursore e dall'altro Maria Vergine. Qui, a Torba, a questo schema fondamentale si aggiungono gli Angeli ed il corteo degli Apostoli. La porta nella parete meridionale delimita peraltro, con la linea del suo fianco destro, le ultime figure di Apostoli della scena precedente, e reca sopra l'arco di scarico i resti di due ulteriori figure, forse un Vescovo e una Santa.

Al di là della porta, cessato il velario e ripreso il falso zoccolo si ha ancora una scena con ben nove figure, solo in parte intravedibili: un Vescovo, probabilmente, e, di seguito, su di una predella, un ignoto Santo clamidato, un offerente, una Madonna col Bambino in braccio e quattro altri Santi.

Sulla parete occidentale infine, una teoria di sei forse sette altri Santi, sembra proseguire la scena precedente; mentre, dopo la finestra, spicca, una grande raffigurazione su due registri anch'essa molto rovinata: sul registro inferiore stanno otto monache, in dimesse vesti, che, forse per osservanza del silenzio benedettino, esprimono una lode a Dio, o un augurio, con semplici gesti delle mani; sul registro superiore invece, campeggiano nove Sante o Beate, riccamente vestite, espressione stessa della differenza fra vita terrena e celeste. Soltanto di una delle Sante ci è conservato il nome: Eufemia.

Grazie a certe lettere di una iscrizione graffita sullo zoccolo proprio sotto la figura del Cristo Redentore non risalibili ad oltre la fine dell'VIII-inizi del IX secolo, la datazione di questo assieme di pitture è stata posta dal Bertelli nella seconda metà dell'VIII secolo quindi al limite fra la fine del regno longobardo e l'inizio dell'età carolingia.

 

STORIA DEGLI SCAVI ARCHEOLOGICI L'interesse archeologico per l'antico castrum castelsepriese iniziò già pochi decenni dopo la distruzione del luogo: Galvano Fiamma narrava, fra l'altro, che nel 1339, presso il Monastero di Torba, allo sradicarsi di un vetusto albero, era apparsa la tomba di un re longobardo, un certo Galdo, sepolto con corona e globo aureo e con la spada che era stata di Tristano. Nel XV secolo, su ordine del Cardinale Branda da Castiglione, l'umanista Ciriaco Pizzicolli trascrisse le lapidi romane inserite nelle murature superstiti. Nel 1541 Bonaventura Castiglioni, compilando una piccola guida archeologica del territorio insubre, descriveva ciò che restava allora dell'antico castrum. Nel 1809 il Nobile Parochetti di Gornate Olona, demolendo i ruderi della cosiddetta casa-torre, di sua proprietà, per ricavarne materiale da costruzione da reimpiegare in una nuova costruzione, ne trasse cippi, lapidi e are romane che furono lette dal Mazzucchelli, dottore dell'Ambrosiana. I primi scavi veri e propri sono da attribuirsi agli Archinto, noti collezionisti di antichità, i quali li affidarono al Corbellini. Nel 1944 vennero scoperte le pitture di Santa Maria foris portas. Le prime indagini archeologiche sistematiche a Castelseprio, effettuate allo scopo di delimitare l'estensione dell'insediamento e controllare la consistenza del deposito archeologico, ebbero inizio negli anni 1946-1947, per iniziativa delle Soprintendenze alle Antichità e ai Monumenti, in collaborazione col Museo di Varese e sotto la direzione di Mario Bertolone. Successivamente, tra il 1954 e il 1958, vennero messi in evidenza la chiesa di San Giovanni, il battistero, la cisterna, le torri interne, parte della cinta muraria e la chiesa di San Paolo mentre un'area riservata alle abitazioni venne localizzata sempre all'interno del castrum. Restavano ancora da chiarire le fasi cronologiche a cui le singole strutture andavano collegate. Per ottenere quindi più precise informazioni sulle fasi di occupazione del sito tra il 1962 e il 1963 furono programmati, dall'allora soprintendente Mirabella Roberti e dal Bognetti, una serie di sondaggi stratigrafici la cui conduzione fu affidata a L. Leciejewicz, E. Tabaczynska, S. Tabaczynski dell'Istituto di Cultura Materiale di Varsavia. L'esplorazione interessò l'area della torre centrale presso San Giovanni Evangelista e una parte dell'abitato altomedioevale presso le mura Sud-ovest. Presso la torre le informazioni di maggiore interesse vennero fornite dal riempimento di un pozzo perdente riutilizzato come fossa di scarico in età longobarda. Per la prima volta infatti era possibile stabilire, pur con qualche approssimazione a livello cronologico, quali erano le forme e i tipi ceramici utilizzati dagli abitanti del luogo tra il VI e il VII secolo. Lo scavo nel quartiere dell'abitato permise di constatare la sovrapposizione di nove livelli archeologici corrispondenti ad altrettante fasi di occupazione distribuite cronologicamente tra età tardoromana (IV o V sec. d. C.) e pieno periodo longobardo. Sempre all'inizio degli anni Sessanta proseguivano i massicci lavori di sterro per mettere in luce il perimetro della cinta muraria; parallelamente riprendevano, tra il 1965 e il 1973, i sondaggi sparsi effettuati dalla Soprintendenza Archeologica in collaborazione con la Società Gallaratese di Storia Patria. Limitati assaggi interessavano l'area absidale interna ed esterna di San Giovanni Evangelista, parte dell'abitato presso le mura di Sud-Ovest, le torri lungo il lato sud della cinta, l'accesso al castrum, un tratto delle mura di Nord-Est e i resti di una torre e di un tratto di mura sopra Torba. Durante il sondaggio all'esterno dell'abside di San Giovanni, veniva scoperta, sotto un livello di sepolture altomedioevali, una grande fossa focolare in uso almeno tra IV - V e VI sec. d. C.. Inoltre, lo scavo presso la torre esterna 2 della cinta mostrava un livello d'uso con materiale del VI - inizi VII secolo formatosi quando la torre, ormai diroccata, venne riadattata a vano di abitazione e un sottostante strato del V - VI secolo connesso all'utilizzo della torre come struttura fortificata. Tali indicazioni, sostanzialmente confermate dagli scavi in corrispondenza della torre esterna 1, anch'essa trasformata durante l'occupazione longobarda in struttura abitativa, faceva sorgere non pochi interrogativi riguardo la possibilità che Castelseprio avesse ancora in quel periodo funzioni di castrum.

Nel 1977 la Soprintendenza Archeologica della Lombardia riprese l'indagine archeologica affidandone la conduzione scientifica all'Istituto di Archeologia della Università Cattolica di Milano, che si è giovata di contributi del CNR. L'indagine si è concentrata in due aree di particolare interesse allo scopo di chiarire i rapporti cronologici esistenti tra la torre centrale e la cisterna e accertare con maggiore precisione la sequenza dei momenti di occupazione nel quartiere di abitazioni all'interno del castrum. All'interno del settore A, localizzato nella ristretta area compresa fra la torre centrale e la cisterna, i prelievi effettuati dal 1977 al 1979 hanno accertato che il primo intervento edilizio riguarda l'erezione della torre centrale 1 (le cui fondazioni sono inserite nel terreno vergine), mentre solo in un secondo momento (fine V e inizio VI secolo d. C.?) corrispondente forse ad una fase di riorganizzazione del centro fortificato, va assegnata la costruzione della cisterna. La trincea di fondazione di quest'ultima taglia infatti una grande fossa anch'essa aperta nel terreno vergine, forse funzionate alla raccolta delle acque di gronda della torre e già in disuso quando venne edificata la cisterna. Dopo questi primi due interventi la zona conserva tracce di successive fasi di frequentazione documentate da tre livelli sovrapposti di sepolture con diverso orientamento e da piani di calpestio, l'ultimo dei quali riferibile alla rampa laterale di accesso alla chiesa di San Giovanni, probabilmente tardomedioevale. Le ricerche nel settore C, localizzato all'interno del quartiere residenziale altomedioevale presso le mura di Sud-Ovest, hanno permesso di mettere in luce, sotto uno strato superficiale di humus, alcuni ambienti riferibili ad un 'unica casa altomediovale le cui strutture denunciano diverse fasi costruttive.

Nel 1980 la ricerca si è sviluppata in più direzioni anche in rapporto a necessità determinatesi in seguito ai lavori intrapresi a Santa Maria Foris Portas per il rifacimento del tetto. Su richiesta della Soprintendenza Archeologica si è proceduto al controllo stratigrafico dei cinque tagli di 1 x 1 m effettuati intorno alla chiesa in vista della costruzione di pozzetti per la raccolta dell'acqua piovana. I saggi, molto limitati, non hanno fornito elementi cronologici di rilievo ma hanno evidenziato la presenza di livelli e strutture tombali in situ.

Durante le medesime indagini, un primo censimento dei pezzi litici di reimpiego inglobati nelle murature ha portato alla identificazione di 31 elementi degni di interesse. Una grossa novità è rappresentata dal fatto che una loro buona parte risulta appartenere a monumenti funerari a recinto, strutture ben documentate nell'area veneto-emiliana in prevalenza nell'ambito del I secolo d.C., ma non presenti in Lombardia ad occidente dell'Adda. Un reimpiego di questi elementi in numero così sensibile solleva, quindi, una serie di quesiti sulla loro provenienza, riproponendo l'annoso problema della 'romanità' di Castelseprio. È chiaro infatti che un numero così elevato di elementi di recinzioni funerarie (che si aggiunge alle numerose epigrafi sepolcrali recuperare nell'Ottocento) non può provenire che dal sistematico smantellamento di una necropoli romana di una certa rilevanza posta nelle vicinanze del castrum.

Negli stessi anni il FAI acquisì il complesso di Torba e ne avviò il restauro sia delle strutture, sia delle pitture. Alcune compagne di scavo iniziate del Deiana all'interno della chiesa di Santa Maria rivelarono la presenza di una cripta poi scavata a fondo dal Brogiolo fra l'81 e l'83. Sempre Deiana, nel '78, mise in luce i resti del saliente che scendeva dal castrum. Nel 1981 ripresero, ad opera del Carver e del Brogiolo, le indagini intorno a Santa Maria foris portas, indagini che hanno consentito di conoscere completamente la chiesa e di effettuarvi i restauri necessari al suo mantenimento.

Nel 1989 il Brogiolo, sotto l'egida della Soprintendenza Archeologica della Lombardia, condusse nuovi scavi a nord della basilica di San Giovanni mentre nel 1990-91 la Surace indagò un altro buon tratto della cinta muraria del castrum e la zona interna ed esterna della cascina-monastero di San Giovanni.

 

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